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MUSEO
DELLA CASA CLAUTANA
INTRODUZIONE
L'Associazione
Museo Casa Clautana si è costituita nel 1987, in seguito a
una vasta raccolta etnografica svoltasi nel 1980-81 ad opera di un
gruppo di volontari guidati dall'allora parroco Don Luigi Stefanutto.
Ne derivò un'interessante mostra sul lavoro e le tradizioni
clautane che ben presto, essendo incustodita, fu depauperata ed abbandonata.
Il parroco subentrato, Don Antonio Buso, nel razionalizzare gli spazi
dell'oratorio parrocchiale che ospitavano anche la mostra, ravvisò
la necessità di recuperarla facendone un museo permanente.
Il che significava apportare profonde modifiche alla struttura museale
per ampliare e coordinare le varie sezioni espositive. Il rilancio
dell'iniziativa si collegò a sentiti valori morali quando,
nel 1986, venne a perdere la vita per l'aggressione di un paranoico,
il dott. Eugenio Borsatti, medico molto noto e stimato a Pordenone
e ovviamente anche a Claut, suo amato paese d'origine. Gli amici aprirono
allora una sottoscrizione e Don Buso propose di avviare l'allestimento
del Museo in memoria del compianto medico, per i suoi meriti umani
e professionali.
Considerata la pregevole ed originale impostazione del Museo etnografico
di Andreis, ne abbiamo ricercato l'autore, il prof. Marco Tonon, che
accettò di partecipare alla realizzazione dell'iniziativa.
Il prof. Tonon, dopo aver studiato ed esplorato l'ambiente intervistando
soprattutto gli anziani, ebbe l'idea di ricostruire nelle sette sale
del primo piano, ristrutturate dalla parrocchia in base al progetto,
la vita di un tempo incentrata sulla figura della donna clautana e,
per estensione, valcellinese, le cui vicende meritano un approfondimento
ed una presentazione al pubblico. La loro peculiarità non risulta
da una vistosa esposizione di oggetti, ma da una presentazione di
"idee" affinché si possa cogliere un significato
più ampio in una realtà povera di beni materiali, ma
ricca di coerenza, di dignità, di sicurezza nelle scelte della
vita.
La donna intenta ai lavori di casa, dei campi, della stalla e in cammino
fora pal mont quale venditrice ambulante di utensili di legno costruiti
dagli artigiani di casa durante l'inverno, interessa anche chi è
del tutto estraneo alla cultura locale perché la visione di
quello spaccato di esistenza provoca il confronto tra la vita di allora
e l'attuale, fa riflettere sul tempo, le vicende, lo sviluppo tecnologico,
l'importanza dei valori sociali e spirituali per l'umana famiglia.
Dunque l'ammirazione non è rimpianto per l'antico, per la povertà,
per le fatiche dell'ambiente montano, bensì nasce dalla conoscenza
della nostra umile storia, delle nostre radici, dall'essere consapevoli
che abbiamo valori da realizzare con il coraggio e la coerenza dimostrati
dai nostri avi. E tutto ciò è arricchimento interiore,
è vera cultura.
La presenza del Museo Casa Clautana risponde anche a finalità
statutarie (art. 3 dello Statuto dell'Associazione): "... si
propone di favorire scambi culturali con altri Enti e Istituti specializzati,
di offrire iniziative didattiche in collaborazione con scuole, associazioni,
ecc., di organizzare mostre anche in altri Comuni, fare ricerche sulla
storia locale...".
Pertanto il Museo si espande sul territorio con il recupero di antiche
strutture create per l'utilizzo dell'acqua, della pietra, del legno,
favorendo così sia la memoria che il turismo culturale. Il
Museo programma e realizza ricerche e mostre tematiche didattiche
collaborando in particolare con le scuole dell'AIta Valcellina e con
Istituti culturali locali, provinciali, regionali e interregionali.
Pubblicazioni
del Museo
TONON M., Casa Clautana Museo, 1990.
TONON M., Le cento anime del Museo, 1992.
SECCO G., BORSATTI T., I carnevali di montagna, 1993.
TONON M., BORSATTI T., Eleganza antica in Valcellina, 1994.
BORSATTI T., TREVISAN T., Valcellina percorsi di memoria, 1994.
TONON M., Valcellina passo di dinosauro, 1996.
IL
PERCORSO, LE IDEE
Si
incontrano alcuni spazi tipici semplicemente indicati dall'accostamento
di oggetti essenziali. Essi sono intervallati da pause grafiche con
sequenze di immagini. L'insieme, nato per comunicare idee, si può
leggere come un racconto.
Si succedono e si alternano la camera, la cucina, ed il ciclo della
vita, il campo, la malga ed il lavoro del legno ed infine un lungo
viaggio. Incredibili distanze fatte a piedi ci fanno cogliere una
favola non inventata, ma letta nei fatti. La favola di persone dure
come le crode, di un'umanità carica di some gravose fissate
al corpo con un basto, di carri tirati da uomini e donne. La favola
della clautana fora pal mont, esce dai terrazzi coltivi circondati
da monti e da rive scoscese, per diventare la favola di una valle,
di un piccolo universo di transumanza di breve stagione, d'emigrazione
fatta solo per tornare per continuare ad essere sé stessi nello
stesso luogo. Favola di pendolari con il sorriso nel produrre uno
sforzo che a noi, distratti, può sembrare sovrumano.
Così
la sequenza base delle sezioni espositive
1. Una donna un po' di tre quarti, che cammina con le nocche
delle mani appoggiate sui fianchi portando una gerla;
2. la camera da letto, un luogo per nascere, per morire nel
proprio letto. Storie di levatrici e di doti nuziali;
3. si passa alla cucina con i lavori, con i giochi dei bambini
(perché imparino a fare qualcosa), col camerin (la dispensa);
4. la donna fa praticamente tutto, oltre a preparare il mangiare,
cuce, fila, tesse, fa la maglia, produce scarpèts;
5. un altro momento è la produzione del cibo. Ci sono
le attività dell'orto, le attività agricole e la raccolta;
6. compare l'uomo invernale produttore di oggetti in legno
e quello estivo che va in malga o nella foresta;
7. poi il trionfo della clautana che senza costi, se non l'usura
degli scarpèts, permette di dare sostegno a un'economia che,
per quanto povera, lascia comunque spazi per un sorriso.
Su questa base è stato curato un allestimento la cui indispensabile
premessaè stato il colloquio, il contatto con la gente: con
le donne che ricordano di quando erano sedonere, con gli uomini che
ancora sanno
intagliare un cucchiaio e far girare un tornio che gira un po' avanti,
un po' indietro, che è mosso dall'antagonismo tra la punta
di un albero ed il piede dell'uomo. L'allestimento è stato
realizzato con mezzi assolutamente poveri; essenziali e modesti sono
i materiali e le tecnologie. A questi tuttavia corrisponde grande
cura ed attenzione ai particolari. Per adeguare l'edificio, nato per
altra destinazione, all'uso museale, furono abbattute alcune pareti
divisorie per allargare gli spazi e realizzare un percorso circolare
da sinistra a destra in senso orario. I pavimenti furono in parte
ricoperti di tavole o di pietre dove sono presentati ambienti particolari
della casa. In parte dipinti per collegare, con fasce di colore, tematiche
diverse che si trovano affacciate ai due lati del percorso. Così
le finestre furono tutte chiuse tranne una per stanza, in luoghi particolari
e con intenti specifici. I pannelli ed i prismi per testi, disegni
e foto sono di tavole inchiodate, il legname è di recupero;
ma in contrapposizione alla semplicità e povertà dei
materiali c'è un preziosismo intellettuale negli espositori
(sezione aurea).
Il prisma pentagonale è stato utilizzato in vario modo: se
ne sono ricavati spicchi per divisori come il paravento all'entrata
e le nicchie per le sequenze fotografiche. È diventato girevole
per il ciclo della vita, cavo per un espositore con vetri, tronco
per un leggio.
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Sezione
A
INCONTRO
Camminare...
c'è una serie infinita di passi... c'è una donna che
cammina. Simbolo del Museo non è un oggetto. Non a caso si
dà l'idea dell'andare. Il Museo diviene luogo di gesti. Immagine
chiave è un'azione di donna, è una favola antica: la
clautana fora pal mont.
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Sezione
B
LA
CAMERA DOVE Sl NASCE E Sl MUORE
Camera
La stanza da letto è la prima sala del Museo. Di questo luogo
si dà una lettura particolare perché, di solito, si
ha una stanza per sé solo quando si mette su famiglia ed è
luogo di coppia, è luogo sacro: qui si nasce e si muore.
B1
- Levatrice
Pannello con "Registro dei nati", tenuto da Orsola Barzan
(la Uccia, classe 1885) levatrice, cassetta e strumenti chirurgici,
diploma.
La cassetta, riaperta dopo vari decenni, da quando la levatrice non
porta più il suo messaggio d'amore, d'aiuto, rivela l'estrema
essenzialità dei presìdi d'allora, con le poche fiale
conservate: Ergotina, Zimentina, Canfora; uno stetoscopio (monoxilo
in bosso), una limetta per unghie primo comanda-mento dell'igiene
dei primi anni del secolo.
... Vite di donne fatte per aiutare, senza orario, senza condizioni,
ovunque comincia
la vita, chiamate anche per un consiglio. Magari, in paese, se ne
sovrappongono due: una regolarmente diplomata all'Università
di Padova, l'altra volontaria; quando si tratta di dare non si va
tanto per il sottile e poi è gratis, si fa comunque. Sono i
rapporti umani che contano. Ci si fida, non serve tariffa, la gratitudine
è certa. Sembrano modelli antichissimi e lontani, ma è
successo fino a qualche anno fa, forse non tutto il loro valore è
perso, certo c'è ancora da imparare.
Oggi nei paesi non nasce più nessuno; i figli nascono tutti
in città, dove c'è l'ospedale. Nascere in paese, nella
propria casa era come piantarsi nella roccia, come i fiori e gli alberi.
Lo strappo dell'emigrazione era sicuramente più duro di quanto
non si avverta oggi e quindi più grande era il coraggio di
andare. È difficile immaginare cosa volesse dire, ancora prima
della grande guerra, per una ragazza di Claut andare a Padova per
prendere un diploma all'Università.
B2
- Nascita
Alla luce è l'unica finestra della sala rimasta aperta per
la na-scita; si contrappone al buio della stanzetta del morto. La
culla qui viene isolata per rendere leggibili i momenti emblematici
della vita che si svolgevano - ora non più - nella camera da
letto. Tra questi il battesimo, sempre assistito dalla levatrice che
spesso prestava alle mamme il corredino: carnicine, fasce,
porte-enfant.
B3
- Camera da letto
La stanza risulta spoglia e disadorna. Il pavimento è in tavole
di recupero, consunte dalla spazzola con acqua e varechina. Spazio
chiuso e risolto per cui vennero eliminate le finestre, che toglievano
linearità al contesto. C'è una cassapanca con il prezioso
corredo, il segno più tangibile dell'inizio di una vita nuova.
Lista
dotale
Basta fermarsi un po' a pensare: il confronto con oggi riporta un'immagine
del passato, di un mondo e di una civiltà. Economia e consuetudini,
quel che serve per la vita, ma par quasi di ritrovare le speranze,
le trepidazioni, gli sguardi.
B4
- Morte
Lo stanzino mortuario è una rappresentazione di come veni-va
preparata la camera al momento della morte. Lo spazio è nella
penombra; possiamo un attimo sostare e pensare a questo evento naturale,
ineluttabile, nel confronto con il quale si perde ogni baldanza, un
evento che dovrebbe trovarci preparati e sereni. La visita al defunto
per l'ultimo saluto è ancor oggi caratterizzata a Claut da
un gesto benedicente: segnà al mort. Abbiamo così un
cristianesimo partecipato in cui i membri della comunità sono
ministri del culto, almeno per questo rito.
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Sezione
C
LA
STORIA DELLA DONNA
Prisma
pentagonale girevole con la storia della vita, della donna che va
a vendere. È il nucleo simbolico del Museo; è davanti
all'entrata ma si vede soltanto ora. Viene rappresentato un ciclo
didattico: si impara e si insegna col raccontare e col fare.
Anche
in questo grande ambiente è rimasta aperta una sola finestra
non casuale; si apre su vecchie case di sasso, di roccia squadrata
da una dura e sapiente mano d'uomo. Appaiono i tetti, di quella casa
che il Museo rappresenta e di cui porta il titolo. La casa è
la vera quinta della scena che qui si svolge, riferimento sicuro di
tanto peregrinare, spazio cui tornare, il luogo compendiario del ciclo
della vita. La figura della sedonera diventa emblematica, viene mitizzata.
Sa dove va, anche se gira a caso, sa cosa vuole: tornare. Ha la capacità
di rimanere se stessa: fedele alla casa, alla famiglia, alla montagna
fino al limite della stessa sopravvivenza.
Il
ciclo della vita è scandito in cinque momenti:
Quand'era
bambina
ascoltavo la nonna raccontare di
quando andava "fora pal mont".
Da ragazzina
accompagnavo la mamma per imparare
a vendere.
Da giovane
andavo a vendere per fammi la dote.
Da sposa e madre
andavo a vendere per la casa,
per i figli.
Ora che sono nonna
racconto ai nipotini di quando andavo
"fora pal mont".
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Sezione
D
IL
GIOCO DEI BAMBINI
D1 - Pannello sul gioco
I
giochi; si gioca a fare le cose che fanno i grandi e così si
impara a diventare adulti; si gioca con le bambole e così si
bada al bambino piccolo; i piccoli sono guardati dai nonni e i nonni
educano e raccontano favole e storie ed allora convivono tre generazioni.
Qui c'è la continuità e sì eredita l'esperienza
dei secoli e le tradizioni ed i modi di dire; i bimbi maneggiano la
britola e gli oggetti del falegname che un bambino di città non
avrebbe certo potuto prendere in mano, I bambini portano anche una piccola
gerla, un piccolo fascio di fieno; costruiscono una piccola catasta
di legna (tagliata appositamente piccola, dagli adulti). I bambini vengono
così occupati.
Oltre ai giochi imitativi ce ne sono altri anche autocostruiti: fischietto,
fionda, ecc.
"Pindol
e pàndula"
Due bastoncini del diametro di 2 cm., il pindol lungo 10 cm. con due
estremità appuntite, la pàndula lunga 50 cm circa. Campo
base: un rettilineo. Punto di partenza la tamesera: un solco profondo
quanto la pàndula tracciato nel terreno dove essa viene deposta,
alle due estremità un piccolo solco adattato per adagiarvi il
pindol con una angolazione di circa 30 gradi. Due avversari: A e B.
A: batte il pindol con la pàndula nell'estremità rialzata
e lo ribatte al volo con un colpo secco lanciandolo il più lontano
possibile e rimette la pàndula nella tamesera.
B: se arresta il pindol al volo annulla il turno di A, altrimenti è
costretto a rilanciarlo verso la tamesera cercando di colpire la pàndula.
Se ci riesce annulla A e ne prende le veci. Ma se non ci riesce, ha
diritto di allontanare ulteriormente il pindol dal posto della tamesera
con quattro battute dicendo per ognuna le seguenti frasi: una lincuna
- doe lincove - tre cunbec - réstame sec.
Al punto di arrivo del pindol chiede a B un punteggio valutato in pàndule
cui è stato assegnato convenzionalmente un valore. Si può
giocare anche a squadre.
Palla
al muro
Il gioco della palla al muro era molto diffuso. Si giocava in due. Una
bambina prendeva una palla e senza mai farla cadere la faceva rimbalzare
sulla parete canticchiando e mimando una filastrocca:
A muovermi / senza muovermi / senza ridere / con un piede con una mano
/ abbatti uno / due tre / zigo zago / un bacino / tocco terra / cuore
/ angeli / diavolo / ghisa.
Se nel rimbalzo la palla cadeva, passava d'obbligo alla compagna di
gioco.
D2
- Giochi di bimbi
Ecco la sala giochi; forse erano divertimenti più veri dì
quelli che ci offrono troppe ore di TV e videogames. Non costavano nulla,
duravano a lungo, con un fai da te "ante litteram".
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Sezione
E
LA
CUCINA, PREPARAZIONE DEL CIBO
E1
- Cucina
Tra le forme simili note in altri luoghi, meno nota e meno diffusa è
la ciasa da fum. Qui l'intera abitazione prende il nome dall'assenza
del camino che rende dominante su ogni altra cosa il fumo. Fuoco a terra
e assenza del camino sembrano
essere univocamente collegati al tetto di paglia, cosi come ancor oggi
nei casoni delle lagune venete, Qui è riproposto lo spazio cucina
con il soffitto abbassato anche se non annerito; il pavimento ha larghe
commessure perché costruito da grosse lastre a spessore irregolare.
Carichi e disimmetrie rendevano impossibile il recupero dell'originale
pavimento di una cucina di ciasa da fum. Così si è utilizzato
un calco. La cucina è il regno della donna che prepara il ciho,
ma è molte cose ancora, l'unico luogo di riunione quando piove
e d'inverno il luogo per il gioco dei bimbi, quello dove si fanno i
compiti di scuola; è il laboratorio di svariate attività.
Luogo dall'arredo essenzialissimo, resta in ordine grazie all'attiguo
camerin.
E2
- La preparazione del cibo
Cibi caratteristici: brusaula, formela fritta, pestith, suf, formai
de salamora.
Salse: àrgot, frise.
"Polenta
e pestith"
Il pestith è un pesto di rape macerate. La macerazione richiede
due-tre mesi. Si prepara uno strato di granoturco in fondo al mastello
e vi si adagiano le
rape con le loro foglie, dopo avede ben lavate. Si mette un coperchio
di legno con sopra dei pesi, così diventano molli e acide. In
una casseruola si prepara un soffritto di burro o olio con cipolla tritata.
Quindi si mettono le rape pestate finemente. Si sparge un po di sale,
poco pepe e si fa cuocere il pestith con qualche salsiccia o con della
costa o del cotechino. Si fa bollire il tutto per oltre un ora. A fine
cottura si aggiunge un mestolo di suf (polenta ancora liquida) per amalgamare
il tutto. Si mangia caldo, con la polenta.
"Frico"
È uno dei piatti forti, ora di gran moda.
Nella padella si mette del burro, si fa imbiondire e vi si adagiano
delle fette sottili di balacia (formaggio appena fatto) dopo avede salate.
Si frigge il formaggio a fuoco lento finché prende un bel colore
dorato. Si versano a piacere uova sbattute oppure làrgot continuando
la cottura per alcuni minuti,
"Le
brusàule"
La carne da conseniare, tagliata a strisce sottili ben salata e pepata,
venivaaffumicata. Si mangiava masticandola a lungo oppure, tagliata
finemente, messa nella padella con burro e uova sbattute ottenendo così
una frittata molto saporita da mangiare con la polenta.
"Argot"
Dopo aver fatto la ricotta, si mette il siero nell'asedin che è
un recipiente in legno di pino cerchiato in ferro a forma di damigiana
e con tappo di legno. Può contenere al massimo trenta litri. Nella
fascia bassa ha un buco conspinello. Nel sir (siero) si mette una manciata
di sale e due di farina di mais. Si deve aggiungere siero, sale e farina
man mano che si estrae l'àrgot per l'uso. Si tiene il recipiente
in luogo caldo per 7-8 mesi in modo che il liquido diventi acidulo e "maturo".
D'estate si può mettere l'asedin al sole.
"Frise"
Si tagliuzza il lardo a piccoli pezzi e si mette a friggere lentamente
nella padella con un po' d'olio. Quando è ben rosolato si aggiunge
qualche cucchiaio di àrgot, si fa bollire qualche minuto e si
versa sul radicchio come condimento,
E3
- "Camerin"
Di fronte alla cucina una porta chiusa dietro alla quale tre gradini
in sezione; fondo del pavimento scuro, porta con sopraluce libero, finto
soffitto obliquo. Così viene musealizzato un luogo tuttaltro
che secondario. Garantiva l'ordine, la conservazione, la dispensa, svolgeva
funzioni oggi assolte da frigo, congelatori, supermercati sotto casa.
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Sezione
F
PRODUZIONE
DEL CIBO:
CAMPO, PRATO, BOSCO
Campo, prato, bosco, luoghi di lavoro, luoghi di gesti: un'altra pausa
grafica. Fin dal primo lavoro per il Museo di Andreis fu colta la straordinaria
importanza di gesti che contengono millenni di segreti, di esperienza
di lavoro. Qui si è sviluppato un originale lavoro fotografico
nato da un colloquio con Italo Zannier. Così Antonio Battistella
dell'Università di Venezia è autore di un racconto che
è, contemporaneamente ricerca e arte fotografica, realizzato
con personale tecnica di sequenze diacroniche. La donna indossa i pantaloni
per meglio evidenziare i gesti del lavoro.
F1
- Oggetti agricoli
All'interno una miriade di oggetti di cui indovinare l'uso...
F2
- Campo 
F3
- Prato
Protagonista da sempre la donna: non solo prepara il cibo in cucina,
ma lo produce nel campo. L'universo chiuso nel pendio di una valle,
appena il pendio diventa meno acclive c'è terra madre da aprire
perché accolga il seme. Sequenze di gesti antichi, da fissare
ora, prima che nessuno lo sappia più fare con armonia, con ritmo
preciso ed efficace.
Inconsciamente scandito dalla necessità, dalla fatica di millenni,
si snoda nel campo: zappare, raccogliere, caricare, portare a casa;
si snoda nel prato per il fieno, per le bestie, per il latte, il formaggio,
il burro: è falciare, rastrellare, legare, caricare, portare
a casa...
F4
- Bosco
Si snoda nel bosco, che ormai per noi vuole solo dire montagna, ed è
invece legna per scaldarsi, per cuocere, per fare strumenti, lì
legno della culla e quello dove essere riposti l'ultimo giorno. lì
frutto del bosco, dove regna il silenzio, dove si trasale per il tossire
improvviso di un capriolo impaurito, dove distinguere il ticchettio
delle minuscole unghie di uno scoiattolo sulle cortecce rinsecchite,
dove nascondersi, aspettare, cercare.. -
Sollevarsi, sorreggere, camminare per portare a casa. A casa dove il
lavoro non è finito, c'è un'arte, quella di riporre la
legna, di fare cataste; pensare che in Francia da come si mette la legna
si riconosce il clautano emigrato.
F5
- Espositore prismatico pentagonale con vetri
Questa vetrina collega le varie sezioni della sala, in ogni spicchio
si tratta un particolare aspetto:
1. - Al lavoro dei campi si collegano gli animali che aiutano
l'uomo. Abbiamo così campàni perché non si perdano,
collari per condurli, ferri perché camminino meglio;
2. - altri animali sono invece in competizione con l'uomo che
cerca di difendersi, e non sempre a ragione, con una serie di ingegni:
trappole mortali. Anche questo è un retaggio da non perdere.
Siamo ben convinti che il concetto di nocivo è rapidamente cambiato.
Non vogliamo più ammazzare le talpe, ma perché non osservare
che "l'arresto" della trappola per talpe, assomiglia nelle
sue eleganti volute ad una nota musicale;
3. - ad altri mali si cerca rimedio con una medicina legata ad
antichissime tradizioni, basate sull'attento uso di erbe medicinali.
Si collega con la sezione G2 Farmacopea. È un campo dove, pur
tenendo conto di qualche ingenuità e persino di un po di superstizione,
abbiamo ancora qualcosa da imparare;
4. - la trasformazione delle materie prime operata dalla donna
riguarda la produzione dei famossissimi scarpèts: ritroviamo
in vetrina fasi di lavorazione degli scarpèts e prodotto finito.
Nulla è banale e scontato nella tradizione artigiana; lo scarpètè
un calzare importante e, se fatto a regola d'arte,
mediante diversificate abilità, è molto duraturo;
5. - e cosi pure molti indumenti realizzati mediante lavoro a
maglia; prodotti della lavorazione della lana e del cotone (calzettoni
con scapins e gambarele).
F6
- Finestra
Il Museo è anche l'ambiente che lo circonda, come prima i tetti
delle case, qui ora il paesaggio. Il lavoro dei campi è tutto
lì, fuori dalla finestra: campo, prato e bosco, diversi ad ogni
stagione, ogni giorno, ogni volta che piove o che passa una nuvola.
Quando il sole è alto o quando si richiudono i colchici.
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Sezione
G
LA
RACCOLTA
G1 - Piante spontanee
Viene esposto in parte un erbario predisposto da Renata Coden che
contiene:arca, assenzio, camomilla, celidonia, coda cavallina, ginepro,
licopodio, piantaggine, ecc.
Cibi
e rimedi da piante spontanee
La raccolta costituiva un prelievo regolato in modo da garantire l'equilibrio
biologico, anziché la distruzione degli ambienti e delle specie.
Tale prelievo era ben diverso da quello di oggi, senza amore per la
natura, senza profonde conoscenze né dei luoghi, né
dell'ambiente, nè dei suoi ritmi, Questa cultura dell'ambiente
non hanno le genti che non vivono a contatto con la natura, siano
essi immigrati dalla pianura, stabili o temporanei, siano montanari
che ritornano dopo aver dimenticato il luogo d'origine... quod non
mortalia pectora cogis, sacra auri fames! (Lucrezio, De rerum natura)...
a che non spingi i petti umani, o esecrata fame dell'oro!
G2
- Farmacopea (vedi prisma F5)
Qualche prezioso rimedio di un laboratorio di famiglia. Elementi di
un sapere antico, poiché si erano visti gli animali curarsi
con le erbe. Un sapere oggi tornato di moda, dopo aver corso il rischio
che, per sfrondano di errori e superstizioni, e per un eccesso d'orgoglio
per le scoperte della scienza, si perdesse l'inestimabile patrimonio
di cultura di questi aiuti che, quando sono solo medicamenti, non
fanno danni. Eccone alcuni esempi.
Olio
di scorpione
Si metteva uno scorpione sotto olio in un vasetto e si usava tale
olio a gocce nell'orecchio per curare le otiti.
"Rasa"
La resina dell'abete, detta rasa, veniva impastata con olio e usata
come impiastro cheratolitico, ammorbidente della pelle, per facilitare
l'estrazione di piccole schegge di legno, spine di piante, calli.
"Slargià"
In autunno si raccoglieva dalle fessure della corteccia dei larici,
la resina detta lagrema (lacrima) perché scendeva lentamente.
La resina veniva usata per terapia delle affezioni reumatiche. Era detta
slargià poiché veniva distesa sulla parte dolente. Serviva
anche per fratture e slogature: si faceva un impacco e si fasciava e
la resina si induriva come cera.
"Piantai"
Piantaggine (Plantago major media)
Le foglie fresche schiacciate curavano le ulcere della pelle e le
ferite, poiché provviste di proprietà coagulanti del
sangue.
Erba
dalla radice rossa
Cicuta rossa (Geranium robertianum)
L' erba tritata e mescolata con olio di oliva e resina serviva a
preparare la pomata della ià per curare eczemi, foruncoli,
acne.
"Pedocina"
Bistorta (Poligonium sp.)
Erba da lessare, si raccoglievano solo le punte in primavera. Si usava
bollita per lavare persone ed animali infestati dai pidocchi.
'Lat
de strìa"
Celidonia, erba paraia (Chelidonium majus)
Pianta velenosa. Veniva usata la sostanza lattiginosa contenuta negli
steli cavi per bruciare i porri della pelle.
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Sezione
H
LA
LAVORAZIONE DELLE MATERIE PRIME
Una
fascia di colore giallo da destra a sinistra, da una stanza ad un'altra
colora il pavimento collegando le due attività femminili invernali.
H1
- Lavorazione di cotone, canapa, lana e pezza
La donna che lavora: spazio attivo tipo laboratorio. Questo si può
vedere anche com'è, ma può ospitare una persona del paese
che fa vedere come si fa: cuce, fila, tesse, trapunta, lavora a ferri.
Il Museo diventa laboratorio ed è Museo vivo, si scopre che praticamente,
oltre a nutrire la famiglia, il lavoro della donna prowedeva anche a
vestirla.
Questa
sezione si collega alla sez. E, perchè i lavori avvengono in
cucina; alla sez. F perchè la canapa è prodotta nei campi;
alla sez. I per l'attività pastorale dell'uomo; alla sez. F perché
in sono esposti semilavorati e prodotti finiti come scarpèt,
scapins e gambarele.
H2
- Lavorazione del latte
Le trasformazioni della materia prima riguardanti il latte avvenivano,
oltre che in malga dove erano opera dell'uomo, anche tra le mura domestiche
dove erano opera della donna. Sapori spesso dimenticati: burro e tutta
una serie di formaggi ottenuti con lavorazioni diverse. |
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Sezione
I
L'UOMO
A destra ed a sinistra una fascia di colore rosso unisce sul pavimento
due momenti produttivi maschili.
I1
- L'uomo d'estate
In alto, verso la montagna vera, lavoro duro e sacrifici, per i malgari.
Spazi
grandi e solitudine, tempo scandito dal sole, suono di campani. Gli
antichi contratti per la cessione delle maighe imponevano il mantenimento
degli stabili, il ripristino delle fonti e degli abbeveratoi, la conservazione
del prato a dispetto del bosco invasore ecc.
I2
- L'uomo d'inverno
Il colore azzurro del pavimento collega il laboratorio del legno alla
vendita degli oggetti.
Spazio laboratorio per l'artigiano che fa le cose in legno che la
sedonera vendeva. La panca con la morsa e il tornio a pedale
che gira avanti ed indietro, un retaggio medievale per oggetti perfetti.
Alle pareti porta-attrezzi come quelli che aveva l'artigiano sotto
la tettoia.
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Sezione
L
"FORA
PAL MONT"
Finestra... solo un controluce sull'ombra di un mito, sugli oggetti
nuovi pronti per la vendita, ancora incredibilmente prodotti dalla
mano degli ultimi protagonisti di antica sapienza, che non vorremmo
perdere.
Il pavimento di colore azzurro collega la sezione della donna, che
va a vendere oggetti di legno, all'uomo che durante l'inverno li ha
costruiti.
L1
- Spicchio di prisma
Separa l'area della vendita dalla malga, due mondi, due diverse migrazioni,due
viaggi che segnavano anche la separazione della coppia.
L2
- "Pal Mont" (silhouette)
Figura dipinta in nero sul muro bianco; è un'ombra proiettata
dalla memoria. E
una figura diritta piena di forza, un profilo scavato, piantato davanti
agli occhi del ricordo come gli strati verticali di roccia che ci
accolgono arrivando a Claut, segnati dal tempo e corrosi, ma lì
dritti.
L3
- Carretto, "fartòla" (basto), "scarpèt"
Di questo lunghissimo andare, non rimangono che muti strumenti. Sono
stati compagni in contrade distanti settimane di cammino. Hanno portato
lontano gli oggetti di legno opera di un "passatempo" invernale,
per un baratto che attenuasse la fame. Ricordo di un incredibile pellegrinaggio
è il carretto a trazione "umana" dal quale ancora
pende la fune da far girare intorno alla spalla. Per chi non vive
quassù il carro è solo per gli animali e il basto è
collegato all'idea di asini e muli, mentre la locale fartòla
si appoggia alle spalle di sedonere e condotiere (portatrici). Gli
scarpèts, già consumati nel lontano andare sono, con
carretto e fartòla, i testimoni di una impresa reiterata per
generazioni e che più non avviene. Fanno contorno ad un'idea.
Della sedonera non rimane che l'ombra.
L4
- Pannello utensili
Pannello
con gli oggetti prodotti dall'uomo d'inverno. Piccolo campionario
di oggetti nuovi che mani pazienti ed esperte sanno ancora fare, ma
che nessuno porta più lontano. Possiamo studiare ancora i gesti
di antichissima tradizione, le sapienti scelte dei legni, ma degli
interminabili sentieri, delle notti nei fienili, delle strade polverose,
dell'immane fatica, perfino del sorriso o della gioia di un canto,
c'è ormai soltanto un'ombra sulla parete.
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Sezione
M
IL
TRIONFO
Solo luce, nulla da vedere fuori, c'è solo da
ascoltare la musica delle parole.
M1
- Pannello con la geografia delle vendite
La scala del tempo e delle distanze si contava in giorni di cammino.
La prima tappa era Longarone o, dalla parte opposta, Maniago. Un giorno
non bastava per andare e tornare da questi luoghi.
Scala delle distanze in giorni-cammino. Ad esempio ClautLongarone =
Claut-Maniago (andata e ritorno) = 8/10 ore = 1 giorno.
Il tempo di vendita era nei mesi di maggio-giugno, fine settembre-ottobre;
d'estate no perché si doveva "fare fieno". Il coraggio
di essere sempre se stesse, il coraggio di ritornare, di non ascoltare
le sirene di un mondo più agiato, più progredito, più
elegante, ecc., solo apparentemente migliore. Queste sono le donne che
da sempre tengono in piedi la famiglia.
M2
- Leggìo
Dal romanzo di Carlo Sgorlon, "Gli dèi torneranno":
... le sedonere andavano sempre a due a due, tutte vestite di lane
nere ...
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M3
- Tende per qualche poesia |
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LA
NERTA
Cresesta a panàde
e a menestre saltàde,
la nerta passéa
cuerta de menestri
e cuciàri
e de rari sorisi.
Gianluigi
Secco, Belluno (1975)
LE CASSERE
A ogni verta, e tut l'istà
le cassère e fea i marcà
coi scapin, e de lana i calzet
par i paesi le tirea 'I caret.
Da Erto e Claut zo e vegnéa,
co tante fadighe ogni borgo e passea
a dormir tei fienii e tabià
dei contadini, de qua e de a'.
Coi so orni 'n te l'inverno e preparèa
tanti arte che po e vendea
zerla sue spae, scatoi in man
me le ricorde qua a Coneiàn.
Le vendea spinei, cuciari, piron
tamisi, mescoi e forcheton
fati a man co legno de fagher
e po scapin, fondai e taser.
De esser montanare le vea l'ambizion
le padea co creanza e tanta educazion
stagne de salute, sempre a caminar
le se fermea sol par magnar.
Al so posto le des i "vu cumprà"
che vien pae case e anca i mercà
cambia 'I mondo a ogni primavera
te se restada un simbol cara cassèra.
Aurelio
Piccolo, Conegliano (1996)
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LA
NERTA (la girovaga)
Cresciuta a pan bollito
e a minestre
non mangiate,
la donna passava
coperta
di mestoli e cucchiai
e di rari sorrisi.
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LE
VENDITRICI DI MESTOLI
Ogni primavera e anche d'estate
le girovaghe facevano i mercati
con scarpetti di pezza e calzini di lana
tirano il carretto da un paese all'altro.
Scendevano da Erto e Claut
e con fatica passavano ogni borgata
dormivano nei fienili e tettoie
dei contadini dove capitava.
I loro uomini d'inverno preparavano
tanti utensili che dopo vendevano
con gerla sulle spalle, barattoli in mano
me le ricordo qui a Conegliano.
Vendevano spine, cucchiai, forchette
setaccini, mestoli, forchettoni
fatti a mano con legno di faggio
e poi scopetti, ciotole e taglieri.
Di essere montanare avevano l'ambizione
parlavano con cortesia e tanto rispetto
robuste di fisico, camminavano sempre
si fermavano solo per mangiare.
Al loro posto ci sono adesso i "vu cumprà"
che vengono per le case e anche per mercati.
Cambia il mondo ad ogni primavera
tu sei rimasta un simbolo cara "cassera". |
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CIACIUTI
Un cos via pa li stradi
céncia flàt:
lamint di spali crevadi
di voi scunìs.
Un cos denant li' puarti
cència cour:
sudor di sgòibia,
cjama da véndi
a cui ch 'al vuarda
e' a nal sa di fam.
Novella
Cantarutti, Navarons (1954)
LIÉT
VÉCIO
No se fiè strathe
dei mo nenthuoi
che i ula anciamò de sudòr
de òre d'amòr.
No se desfiè
i mo stramath de fue
che i ha i docs
de duta la mo doventù.
No se fiè bregie
de un liét
che ades a l'ha i caruòi.
A l'è sta la mo cuna
de quan che anc' iuò
era bon
da padà d'amor.
Bianca
Borsatti, Claut (1986)
MACS
Fioravante Fabbro,
13 ains, di Cellino:
velu a vendi macs
dal mont al plan
da Venessia a Milan
cun so mari sedonera
da matina a sera.
"Macs...macs
5 francs 3 pacs"
Gobu sot il cestòn
cui vòi ridinz istès
infagotàt tun giachetòn,
fantaciùt di buna pasta
cun scarpes vecies tant ca basta.
A torzeòn par situasion
cu la barela ca pigùla
e lui a tirà sencia comàt.
Via pal di soreli leon
e la sera las steles par bleon.
E l'indoman strada blancia anciamò,
ciel forest sencia una nùla
cu la pansa ca bruntula.
La so vorsuta straca
a ni riva da lontan:
"Macs ... ... macs
5 francs 3 pacs"
Massimo, di Spilimbergo,
teen-ager ancia lui, ma paninàr,
a torzeòn par vocasiòn,
rumiant cingòn,
da placia San Roc a la Stassion,
new look da ciaf a piè:
una maiuta un pòc rota
da l'Universitàt dal Minesota,
ociài Rai Ban
cufia Akai e Timbedand,
sul Ciao a cavalòt
cui comedons sui Levi's jeans
a spietà ca vegni nòt.
Una vosuta a riva da lontan,
a lu dama so mari
cuI Kinder in man: "Max
Max
robes da maz!".
Maria
Luisa Colledani, Spilimbergo (1988)
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MESTOLI
Una gerla per le strade
senza respiro:
lamento di spalle curvate,
di occhi esausti.
Una gerla davanti alle porte
senza cuore:
sudore di sgorbia,
sono da vendere
a chi guarda
e non conosce fame.
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LETTO
VECCHIO
Non fate stracci
delle mie lenzuola
che odorano ancora di sudore
d'ore d'amore.
Non disfate
i miei pagliericci
che hanno i giochi
di tutta la mia gioventù.
Non fate tavolame
di un letto
che ora ha i tarli.
E' stato la mia culla
di quando anch' io
cominciavo
a parlare d'amore.
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MACS
(cucchiaioni, mestoli)
Fioravante Fabbro,
13 anni, di Cellino:
eccolo che vende cucchiai
dal monte al piano
da Venezia a Milano
con sua madre girovaga
dalla mattina alla sera.
"Cucchiai Mestoli
5 lire per 3 mazzi".
Curvo sotto la gerla
gli occhi suoi son ridenti;
infagottato in un giaccone,
ragazzino di buon cuore
i suoi scarpetti sono consumati.
Girovago per necessità
con un carretto che cigola
lui Io tira, corda alla spalla senza imbottitura.
Di giorno sotto il solleone,
di notte ha le stelle per coperta.
E l'indomani ancora strada bianca
sotto un cielo straniero sereno,
mentre la sua pancia brontola.
La sua vocina stanca
ci giunge da lontano:
"Cucchiai
Mestoli
5 lire per 3 mazzi.
Massimo, di Spilimbergo,
teen-ager anche lui, ma paninaro,
in giro per vocazione
masticando chewing-gum
da piazza San Rocco alla Stazione,
new look da capo a piedi
una maglietta un po' rotta
dell'Università del Minnesota,
occhiali Ray Ban
cuffie Akai e Timberland,
a cavalcioni sul motorino
i gomiti sui Levi's jeans
aspettando che venga notte.
Una vocina ci giunge da lontano,
lo chiama sua madre
col Kinder in mano "Max
Max
Roba da matti!"
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Sezione
N
PICCOLE
COLLEZIONI
Ogni anno un ricordo, un passo avanti con mostre temporanee:
1992
Cento pupe di pezza, anime del Museo
1993 Carnevali di montagna
1994 Eleganza antica in Valcellina
1995 Percorsi di memoria: volti, parole, cose
1996 Valcellina passo di dinosauro
1997 I nostri orizzonti
1998 Valcellina sentieri interrotti
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Sezione
O
DEPOSITO
COLLEZIONI
Le collezioni degli oggetti più ingombranti sono ordinate nel
sottotetto.
Lavoro
agricolo: aratri, slitte, seghe, zappini, carretti, ecc.
Lavoro domestico: culle, lavandini, acquaio, arredi, pagliericci, ecc.
Religiosità popolare: immagini, croci, ghirlande, ecc.

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Argot:
salsa
Asedin: bariletto per fare l'àrgot
Balantha: bilancia
Banc de la dota: cassapanca
Bancia da rassà: panca del sedoner con morsa
Banda: panca da focolare
Barìl: bariletto per acqua
Batatoc: crepitacolo
Bicerin: bicchierino
Brandol: alare
Broca: caraffa
Brundinera: collare con campanacci
Buracia: borraccia
Cagnassa: struttura della zangola
Can fin: lanterna a petrolio
Canula: cannella
Carèt: carretto
Cathùol: mestolo di legno
Ciadèna: catena
Cialdiera de la polenta: paiolo
Cialdiera: caldaia del latte
Cialthèrs: ramponi
Ciandelier: bugia
Ciandeliers: candelabri
Ciantonàl: cantonale
Ciar: carruccio
Ciatha: schiumarola
Cichera: tazzina
Coder: porta cote
Cogn: cuneo
Col: colatoio
Conaèr: contenitore per caglio
Cop: mestolo in rame, attingitoio
Corde de la ciasa: piattaia
Corde del camerin: ripiani
Code: arcolaio
Covartor: copriletto
Crathula: raganella
Cravèl: canestro per ricotta
Cros: croce
Crucchia del falcièr: manico trasversale della falce
Cunath: culla con sponde
Cuopa: ciotola
Cuòpe: coppe
Cussins: guanciali
Cuvierta: coperta
Dasp: aspo
Drethe de theola e ài: trecce di cipolla ed aglio
Falth: falce
Falthin: falcetto
Farsora: padella
Farsorin: padellina
Fartòla: cadrega (specie di basto)
Fer da giavà, da rassà, da tirà: ferri usati
dagli artigiani
Ferà!: lanterna
Forcia: forca
Forma: piede di legno per rattoppi
Fus: fuso
Gambarela: gamba del calzetto
Gardela: griglia
Giòthula: comodino a mensola
Giova: frangicagliata
Godeta: filatoio a pedale
Gortei: coltello
Got: bicchiere
Grapele: ramponi
Gratarola de la puina: grattugia di legno per ricotta
Gripia: gerla grande ad intreccio rado
Gris: ramponi
Guciarìn: cucchiaino
Guciarùol: agoraio
lncugn: incunidetto
Intimele: federe
Lavaman: lavamano
Liét: letto
Luoithin: slittino
Mac: cucchiaio lungo con gancio
Mai: maglio
Manerùta: piccola accetta
Mastel: (brent) de la salmora: mastello per la salamola
Mastela: secchio di legno
Mastele: contenitori cilindrici in legno per latte
Matharola: battiburro
Mescol: mestolo da polenta
Mònigia: monaca
Muleta: molla
Mussa: braccio girevole, slitta
Nenthuoi: lenzuola
OLa: contenitore per il burro fuso
Pala da neff: badile da neve
Paledana: panca con schienale
Paleta del col: asse con foro
Pegna cun manoela: zangola rotatoria
Pegna: zangola
Pestaciarn: batticarne
Petenera del restei: rastrello senza manico
Peverin: portapepe
Piàdena: civello
Piat: piatto
Piatòr: raschiatoio usato dai sedoners
Picèla: spannarola
Pila de l'ont: contenitore in pietra per burro cotto
Pila de sai: portasale
Pila: pestasale
Pilòt: portasale grande
Pìndol e Pàndula: gioco (basebalL)
Piron: forchetta
Portasedons: portaposate
Pothite de viere: ampolline di vetro
Pupa de pietha: bambola di pezza
Quadre dei vecios: ritratto dei vecchi
Quadre del Signor: immagine sacra
Quadre: immagine sacra
Rafia: striglia
Re fai: lanterna
Remina: pentola
Reminuta: piccola pentola
Restei da regolà: rastrello rompizolle
Restèl: rastrello
Restelùt: piccolo rastrello
Ronthei: roncola
Sapa: vanga
Saponela: zappa
Scapin: pianta del calzetto
Scarpèl: scalpello
Scarpèts: scarpette di pezza
Scudela: scodella
Scudelin: tazza
Secelin: acquasantiera
Secios: secchi
Sedèl: secchio di metallo per il latte
Sedòn: cucchiaio
Sela: sgabello per mungitura
Selùt: sgabello
Sessula: falcetto
Sguba: sgorbia
Sisse e stele: trucioli e schegge di legno
Solèta: suola di pezza
Stadiera: stadera
Stangia de la tornaretha: pertica del tornio
Stecs: bastoncini di legno
Stramath: pagliericcio
Strucapatate: schiacciapatate
Sufièt: soffietto
Tacapani: appendiabiti
Taièr de la polenta: spianatoia
Taièr: tagliere
Tajafegn: tagliafieno
Tamès: setaccio
Tantèl: campanaccio
Tecia: casseruola
Teciuta, pegnat, gialéda: pentolini
Tendòn: tenda da camera
Thampedòn: bicollo
Therce de la thenisa: cerchio di ferro per contenere la cenere
Thest: cesto di vimini
Thesta del radice: cestina scola verdura
Thestàn: gerla ad intreccio
Thestonit: piccola gerla
Thit: bricco in terracotta
Timbre: timbro per burro
Tornaretha: tornio
Treno: slitta lunga
Trotula: trottola
Van: ventilabro
Varsòr: aratro
Vèntula: sesola
Vèntula: votazza per acqua
Volt: maschera
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il patrocinio della PROVINCIA DI PORDENONE
Progetto: Cooperativa S.T.A.F. - Associazione Museo Casa Clautana
Testi: a cura di Teresa Borsatti
Consulenza grafica: Cooperativa
S.T.A.F.
Stampa: Grafiche Tielle - Sequals (PN)
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