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L'emigrazione storica: gli ambulanti della Valcellina e i terrazzieri della Pedemontana

Nel 1565 Jacopo Valvasone di Maniago osserva che le popolazioni carniche "fanno diversi traffici coi tedeschi e come gente industriosa si partono dal loro paese in gran numero e vanno a procacciarsi il vitto in luoghi lontanissimi, di maniera che ormai se ne trovano per tutta l'Europa e la propria arte è tessere panni di lana, ma più di lino, nel che sono eccellenti e rari". L'emigrazione "tradizionale" muove dalla montagna friulana soprattutto verso la Carinzia, la Stiria, il Salisburghese, la Baviera e l'Istria, anche se altri Paesi del bacino danubiano, alcune località della pianura veneta, Trieste e Venezia rappresentano mete frequenti e costanti. Attorno ai primi decenni del Cinquecento, prima ancora che Jacopo Valvasone redigesse il suo Descrittione della Cargna nel Friuli, gli ambulanti di Claut, di Erto e di Cimolais provvedono al proprio vitto vendendo asticciole di legno di abete impregnate di resina (lum). Un fitto andirivieni che, durante il periodoinvernale, sposta gli alpigiani verso le pianure, ma che non pregiudica le attività nei campi, che vengono assunte dalle donne rimaste a casa. Venezia, la Bassa friulana, il Trevigiano, il Vicentino e successivamente Trieste e l'Istria saranno le mete migratorie più frequenti a partire dal Seicento e si intensificheranno nel corso dei secoli seguenti secondo modalità, tempi e itinerari che variano da paese a paese.
Le prime testimonianze di un'emigrazione di mestiere e non necessariamente contenuta nell'arco angusto di qualche episodio individuale avviene nel Friuli occidentale per merito dei terrazzieri della Pedemontana.
La presenza nella città lagunare si consolida quindi lungo tutto il Seicento e il Settecento e nei sestieri di Castello e di Dorsoduro, a Campo e Fondamenta dei Furlani, a Campiello delle Furlane e a Fondamenta e Corte delle Furlane i Friulani ebbero modo di farsi notare per la propria lingua e per le proprie usanze.

Bepo de Stivel, venditore ambulante di Erto (1941)

Indice

L'emigrazione storica: gli ambulanti della Valcellina e i terrazzieri della Pedemontana.

Le partenze "nella stagione in cui la terra più abbisogna di braccia": l'emigrazione tra '700 e '800.


Emigranti di professione. Braccianti, scalpellini, stagionali nelle "Germanie".


"Per desiderio di maggior fortuna". Pionieri nelle campagne del Brasile e dell'Argentina.

Un largo ventaglio di mestieri: professionalità ed emigrazione.

Scuola e lavoro: la preparazione degli emigranti alla partenza.

Le partenze verso la Francia, gli Stati Uniti e l'Argentina nel 1° dopoguerra.

Vecchie e nuove destinazioni: ripartono i bastimenti.

I rientri europei e latino-americani: chiusura di un ciclo migratorio.

Balie, domestiche, operaie e vedove bianche: donne emigranti e donne di emigranti.

"... da semplice operaio a milionario e conte ...". Impresari, intellettuali, professionisti, sportivi: i successi dell'emigrazione.

Tra immigrazione e diaspore: un Friuli altro.

Le partenze "nella stagione in cui la terra più abbisogna di braccia": l'emigrazione tra '700 e '800

Nel corso del Settecento il fenomeno migratorio non solo assume proporzioni più ampie, ma si delinea anche un'emigrazione che soprattutto nella montagna e nella pedemontana presenta caratteristiche di mestiere più diversificate da zona a zona: scalpellini, minatori, fabbri, boscaioli, carpentieri nelle valli dal Livenza al Tagliamento, traversinai nella Val Tramontina, personale alberghiero e facchini nella pedemontana occidentale. L'allontanamento lungo tutto il 1700, per alcuni mesi dell'anno o per qualche stagione, di nuclei familiari dei paesi della Val d'Arzino e della Val Tramontina, trasferitesi in Carnia per custodire e monticare le mandrie, è prova di un quadro migratorio segnato da spostamenti anche all'interno della regione alpina.
La seconda metà del Settecento e la prima metà dell'Ottocento
segnano un periodo di transizione in cui le partenze, diversamente
da quanto avviene in passato, tendono sempre più a concentrarsi all'inizio della primavera, "nella stagione in cui la terra più abbisogna di braccia: emigrazione dannosa - segnala Giovanni Domenico Ciconi nel 1845 - perché non aumenta, anzi scema, le cognizioni agricole degli emigranti, alletta ilviver girovago, profitta poco dinaro, e rallenta i cari vincoli della famiglia e della patria". Francesco Pelizzo, medico chirurgo di Spilimbergo, nelle sue Notizie statistiche della Provincia del Friuli del 1846, ritiene che in Friuli l'emigrazione temporanea nasca dalla volontà di migliorare la situazione economica e non dalla necessità di sottrarsi all'azione degli "elementi topografici".
Secondo il Pelizzo i Friulani emigrerebbero sempre per scelta.

Libretto di lavoro appartenente a Giovanni Maria De Paoli di Andreis: prima pagina (Germania 1907)

Emigranti di professione. Braccianti, scalpellini, stagionali nelle "Germanie"

Il rapido sviluppo delle città, delle strade e delle ferrovie verificatosi nell'Europa centrale nella seconda metà dell'Ottocento richiama proprio nella buona stagione tutta la forza lavoro maschile dell'arco alpino orientale. I meccanismi di attrazione verso i Paesi a grande sviluppo capitalistico dell'Europa danubiana prevarranno, quindi, su quelli di espulsione che, fino ad allora, avevano caratterizzato la montagna friulana e che avevano determinato i ridotti flussi migratori impliciti nel "genere di vita" delle popolazioni montanare. I raccolti, spesso scarsi, non sono in grado di sopperire neanche in parte alle esigenze invernali, ai bisogni divenuti più larghi e diversificati. L'equilibrio economico quindi è sempre più instabile, non solo a causa dell'incremento demografico e dell'impoverimento della montagna, ma anche a causa della pressione fiscale dello Stato italiano. I proventi dell'emigrazione temporanea, le rimesse, diventano la base economica della montagna, finanziano sotto forma di imposte dirette e indirette la costruzione delle "infrastrutture", ma soprattutto reggono i bilanci domestici delle famiglie rimaste in paese.
Nella montagna friulana, insieme alle figure di muratori, scalpellini e tagliapietre specializzati che inseguono i grandi lavori infrastrutturali perfino nelle steppe della Russia, convivono tuttavia arrotini, stagnini, cestai, bronzinai, venditori di stoviglie in legno e "trafficanti" di ogni genere.
Si tratta però di pratiche affidate di regola alle categorie più deboli delle gerarchie lavorative, come le donne, oppure a quelle più riluttanti a recepire in ambito paesano le trasformazioni che progressivamente si affermano sul mercato del lavoro e che tendono a cancellare le produzioni artigianali, tutte orientate a soddisfare i bisogni domestici di una economia autarchica e comunitaria.


Minatori clautani (Belgio 1961)

"Per desiderio di maggior fortuna". Pionieri nelle campagne del Brasile e dell'Argentina

Il forte movimento di emigrazione "stagionale" verso l'Europa centrale e orientale è fiancheggiato da un'emigrazione tendenzialmente definitiva che aspira di regola al possesso terriero e che, rispetto alla prima, si presenta in Friuli quantitativamente molto più contenuta. E' il caso, per esempio, degli ertani e dei cassanesi che attorno al 1880 si trasferiscono in Slavonia, a Plostina, ma anche dei villici di Mezzomonte di Polcenigo che negli stessi anni raggiungono Monte Belo nel Rio verande do Sul. La scelta di emigrare però non è soltanto la risposta a un evidente e crescente squilibrio tra risorse locali e popolazioni, ma risponde piuttosto a strategie economiche meditate e ben ponderate che diversificano le fonti di reddito, allargano gli spazi di riferimento, costruiscono nicchie di relativo privilegio nelle città e nei mestieri in cui gli emigranti si erano conquistati posizioni di forza o di vantaggio. Il "gî pal mont" rappresenta spesso una prova evidente di voler superare, con le proprie forze e le proprie braccia, una situazione esistenziale ritenuta sempre meno tollerabile. Tra le cause più importanti che, nel triennio 1882 - 1884, concorrono all'emigrazione "propriamente detta", quasi tutti i sindaci della provincia di Udine (che allora comprendeva anche l'odierna provincia di Pordenone) indicano infatti "il desiderio di miglior fortuna".
La seconda metà dell'Ottocento presenta quindi un quadro migratorio completamente modificato, fortemente condizionato dalla mondializzazione dell'economia. All'interno di una stessa comunità i villici friulani definiscono consapevolmente mete migratorie diverse, prospettano progetti di vita alternativi che sono il risultato del confronto dialettico tra le diverse possibilità offerte. Una scelta che è indubbiamente legata alle complesse reti parentali e paesane che questi riescono a delineare ma anche ai modi di reclutamento e alla propaganda migratoria che prevalgono all'interno di una comunità.


Celeste Bertoli di Forca di Castelnuovo del Friuli (primo a destra) assieme a due compaesani (Rosario - Argentina - inizi '900)

Un largo ventaglio di mestieri: professionalità ed emigrazione

Dal 1870 fino allo scoppio della Grande Guerra gli abitanti del Friuli occidentale, soprattutto quelli della montagna e della pedemontana, percorrono stagionalmente le strade dell'Europa centrale e orientale soprattutto come norcini, coltellinai, tagliapietre, scalpellini, terrazzieri, piastrellisti, mosaicisti, squadratori di traversine, boscaioli, muratori, carpentieri, fabbri, garzoni, minatori, sterratori e manovali.
Sono impiegati in modo massiccio nella costruzione di edifici, strade, ferrovie, gallerie, viadotti e ponti.
Le specialità di mestiere che assumono i lavoratori friulani a partire dalla seconda metà dell'Ottocento dipendono dai gruppi che vengono a formare e dalle imprese per le quali essi spesso lavorano.
Le principali destinazioni migratorie, europee e transoceaniche, sono il risultato di catene di richiamo consolidate, di forti legami tra specifiche aree di partenza e di arrivo. I cantieri di lavoro all'estero costituiscono la palestra che permette ai Friulani di imparare un mestiere, di progredire nella scala gerarchica della professione, in Europa come oltreoceano.
I Friulani affrontano la scelta migratoria con un atteggiamento spesso imprenditoriale. Intraprendenza e iniziative individuali che si associano dando vita a imprese che, secondo le stime dell'Ufficio provinciale del lavoro di Udine, nel 1908 non sono meno di 3.000.

Boscaioli di Claut (Romania - 1900 ca.)

Scuola e lavoro: la preparazione degli emigranti alla partenza

"Dei terrazzai e mosaicisti del Friuli nessuno, da noi, si è finora seriamente occupato: nessuna istituzione di cultura tecnica è sorta in un ambiente così adatto a profittare di una razionale e moderna istruzione professionale. Non lo Stato non la Provincia, non altro Ente ha pensato di aprirvi una Scuola". Nei primi anni Venti, nei paesi della Pedemontana del Friuli occidentale e nelle menti di uomini sagaci come Lodovico Zanini, autore del lavoro Per i mosaicisti e terrazzai del Friuli, ma anche come il sindaco di Spilimbergo Ezio Cantarutti o il cav. Pietro Pellarin, matura l'idea di creare nella zona una scuola di mosaico.
Una scuola che, di fronte ad un così massiccio esodo di manodopera, a volte generica, rappresenti una garanzia di preparazione, che sia in grado di dare ai giovani un tipo di formazione rispondente a esigenze certe, a mercati di lavoro specifici. La "Scuola di Musaico" che, pensata per Sequals, nasce a Spilimbergo nel 1922, è sorretta dalla Società Umanitaria di Milano, che ne concorre alla fondazione con diecimila lire.
Dal 1921, il Commissariato dell'Emigrazione, da parte sua, organizza una numerosa serie di corsi per l'istruzione professionale degli emigranti: per muratori e cementisti a Montereale, Aviano, Tolmezzo, San Daniele, Sacile, Budoia, San Vito al Tagliamento e Travesio; per terrazzieri e mosaicisti a Maniago, Meduno, Fanna, Cavasso Nuovo, Travesio e Spilimbergo.
Con questa iniziativa il Commissariato e i Delegati provinciali dell'emigrazione miravano non soltanto all'insegnamento delle nozioni teoriche del mestiere, ma soprattutto a certificare l'idoneità al lavoro del potenziale emigrante.


Inaugurazione di uno degli stabili della Fondazione di Carlo Giulian di Arba (1953 ca.)

Le partenze verso la Francia, gli Stati Uniti e l'Argentina nel 1° dopoguerra

Lo scoppio del primo conflitto mondiale chiude definitivamente le destinazioni dell'Europa centro-orientale. Il rientro forzato, nel luglio del 1914, di circa 80.000 stagionali friulani che lavorano nei paesi del bacino danubiano presenta caratteristiche drammatiche. La fine della guerra apre con energia i mercati della Francia, dell'Inghilterra, del Belgio, dell'Olanda, della Svizzera e del Lussemburgo. Oltreoceano, gli Stati Uniti e New York in specie consolidano il ruolo di destinazione privilegiata per i Friulani della Val Meduna, di Fanna e di Cavasso Nuovo, mentre Bridgeville, vicino Pittsburgh, è il piccolo feudo di Frisanco e Poffabro. L'Australia, e Sydney in particolare, accolgono invece i molti Friulani originari di Toppo.
Per i cordenonesi l'arrivo a Buenos Aires tra gli anni Venti e Trenta suppone l'incontro con un'altra Cordenons. "In Argentina nessun paese del Friuli ha tanti emigranti come Cordenons" segnala don Luigi Ridolfi nel 1949.
Una rete diffusa che fa pensare, ancora, ad una certa complementarietà o a dei rapporti privilegiati tra aree di partenza e luoghi di arrivo; un nesso molto solido che allaccia, nel caso, Viaréit, Sclavons, Romans, Massèlu, la Plassa, Branc, San Jacu, San Zuan, Sarvièl, Curtìna, la Càl, Villasgraffa con Avellaneda, Sarandî, Villa Dominico, Wilde, Don Bosco, Quilmes, Bernal, la grande Buenos Aires. In Francia, le campagne dell'Aquitania, il dipartimento Lot-et-Garonne in specie, la periferia di Parigi e la Lorena rappresentano mete altrettanto frequentate. Dopo il 1924 praticamente tutti i Paesi che accolgono Italiani e Friulani decidono di regolamentare le entrate.
Il fascismo accetta questa politica inquadrandola come scelta autonoma, ma dopo il 1927 il governo adotta notevoli restrizioni al rilascio di passaporti per emigranti lavoratori. L'emigrazione permanente veniva considerata non gradita; quella temporanea doveva essere sottoposta a determinati limiti e condizioni. I Friulani si riversano quindi verso le città della Lombardia e del Piemonte, soprattutto come muratori. I trasferimenti, tra il 1931 ed il 1932, verso la Cirenaica e, qualche anno più tardi, verso l'Africa Orientale Italiana raggiungono cifre relativamente contenute, mentre le partenze verso le terre di bonifica dell'Agro Pontino, di Carbonia, di Mussolinia di Sardegna (oggi Arborea) e del Maccarese sembrano interessare più la pianura che non la pedemontana o la montagna del Friuli occidentale.

Lavoratori cordenonesi del delta del Tigre (Buenos Aires - Argentina 1943)

Vecchie e nuove destinazioni: ripartono i bastimenti.

Le prospettive del Friuli alla fine della seconda guerra mondiale sono per alcuni aspetti simili a quelle del novembre 1918. La necessità di emigrare trova gli stessi sbocchi e in breve gli stessi ostacoli. Nei primi anni qualsiasi meta sembra accettabile e flussi consistenti prendono la via della Francia e del Belgio, degli Stati Uniti, dell'Argentina, del Canada, dell'Australia e del Sud Africa. L'unica novità è rappresentata dalla corsa al Venezuela: nel Friuli occidentale interessa soprattutto la Val d'Arzino, la Val Meduna, la Val Cosa e paesi come Spilimbergo, San Ciorgio della Richinvelda, Valvasone e Arzene. Nel secondo dopoguerra quindi la mappa delle destinazioni e dei mestieri non sembra subire maggiori variazioni. Spesso i compaesani che nel Ventennio si trasferiscono in Paesi come la Francia, il Belgio, gli Stati Uniti o l'Argentina agiscono come punto di riferimento per quelli che emigrano dopo il 1945. Il 20 giugno 1946 il Governo italiano firma con l'omologo belga il primo accordo bilaterale di emigrazione stipulato dall'Italia dopo la seconda guerra mondiale. Le autorità italiane si impegnano a inviare nelle miniere belghe 50 mila lavoratori, possibilmente al ritmo di 2.000 per settimana. Il Governo belga, da parte sua, avrebbe venduto all'Italia fino a 200 chilogrammi di carbone al giorno per emigrato. Nel Friuli occidentale i minatori appartengono soprattutto alla Valcellina, a Barcis, a Montereale Valcellina, a Zoppola, a San Martino di Campagna. Le condizioni del lavoro sono pesantissime, la qualità degli alloggi spesso scadenti:
i minatori abitano nelle baracche di lamiera precedentemente occupate dai prigionieri di guerra. Molti sono i Friulani colpiti da silicosi: l'inalazione della pussiera (polvere di carbone e di roccia) impregna i bronchi dei minatori compromettendo progressivamente le funzioni respiratorie.
Tra gli anni '50 e '60 i vantaggi economici del lavoro stagionale in Svizzera e, in minor misura, in Germania attirano un alto numero di lavoratori friulani e italiani: Vanno di regola a svolgere le mansioni rifiutate dai salariati indigeni, occupano quindi le nicchie che la mobilità sociale ascendente delle classi operaie locali lasciano libere. Svizzera e Germania cercano di bloccare la crescita sociale e occupazionale dell'emigrato adottando forti restrizioni sui permessi di lavoro, sul trasferimento della famiglia rimasta in patria, sui periodi di permanenza. L'emigrante quindi trasferisce progressivamente le proprie aspettative di mobilità sociale dal paese di emigrazione al paese di provenienza, dove fa confluire le rimesse che spesso vengono utilizzate per l'acquisto di campi o per la costruzione della propria casa.

Silvano Pignat, minatore di Vigonovo (Belgio - anni '50)

I rientri europei e latino-americani: chiusura di un ciclo migratorio

Nel Friuli occidentale, tra gli anni Sessanta e Settanta, l'affermarsi dell'industria meccanica legata alla città di Pordenone frena i passaggi stagionali verso i Paesi europei: la pedemontana funziona ora come bacino di manodopera della concentrazione industriale pordenonese.
La lenta costruzione di un mercato regionale del lavoro, che permette di ottenere una certa mobilità sociale senza dover emigrare, conduce alla fine dell'emigrazione forzata, dell'emigrazione "a tempo e scopo determinato". Il terremoto del 1976 non modifica l'andamento dei rientri, ma consente invece un reinserimento più facile per le professioni edili.
Negli ultimi tre decenni, i lavoratori che si recano temporaneamente all'estero al seguito delle imprese italiane hanno soppiantato i classici esodi migratori. L'emigrazione "cantieristica" o "tecnologica" che muove dai paesi del Friuli occidentale ha come destinazioni principali l'Africa, l'America Latina, l'Estremo Oriente, i Paesi arabi. Livello tecnico e retributivo, esiguità dei flussi e garanzie sociali non consentono il paragone con le esperienze precedenti. Lavoro italiano all'estero al quale i Friulani danno un contributo rilevante, non solo come operai, maestranze o professionisti, ma anche come titolari o dirigenti di industrie affermate.
I ritorni da alcuni paesi europei e latino-americani, soprattutto dalla Svizzera, dal Venezuela, dal Brasile e dall'Argentina sono storia recentissima. Dalla Confederazione si rientra per trascorrere gli anni della pensione in patria, dai Paesi dell'America Latina la partenza è soprattutto legata a congiunture economico-sociali sfavorevoli. Per chi arriva dopo decenni di lavoro all'estero il rientro può spesso comportare una nuova emigrazione. Per i giovani latino-americani il Friuli incontrato non sempre coincide con la terra che genitori e nonni hanno idealizzato.

Celebrazione della "Festa dell'emigrante", la prima del genere in Italia (Cavasso Nuovo - anni '50)

Balie, domestiche, operaie e vedove bianche: donne emigranti e donne di emigranti

"La condizione della donna è poco lieta in tutti i comuni del distretto, ma, stante le improbe fatiche che deve sopportare, è veramente miserabile nei comuni montani di Frisanco, Andreis, Barcis, Claut, Cimolais ed Erto, ove è costretta a fare le veci delle bestie da soma, e compiere viaggi di molti chilometri portando sulle spalle carichi di 60 chilogrammi", osserva nel 1874 1'avvocato Fovel. Le donne della pedemontana e soprattutto quelle della montagna, venditrici ambulanti, balie o braccianti, non dovranno però attendere la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento per concorrere col lavoro fuori casa al miglioramento di bilanci domestici, se non miserabili, talvolta precari. A cavallo tra XVIII e XIX secolo per esempio le tesane si recano spesso al Pio Luogo di Venezia per prendere i bambini abbandonati da allattare, ricevendo in cambio un compenso. Un mestiere, quello delle balie che, nel Friuli, diventa tuttavia sempre più rifugio per molte puerpere non solo della montagna ma anche della pianura. La notevole partecipazione delle donne all'emigrazione nei primi anni del Novecento non incrina, tuttavia, il ruolo centrale che, progressivamente, esse guadagnano nella gestione dell'organizzazione domestica e dell'economia familiare a causa e in virtù dell'emigrazione temporanea maschile. Nell'emigrazione transoceanica il ruolo della donna assume valenza importante non solo una volta approdati all'estero, ma anche nel momento della non facile scelta della partenza verso le campagne argentine e brasiliane. Nel primo quindicennio del Novecento, ma soprattutto tra gli anni Venti e Trenta, assume particolare importanza il flusso di donne che lasciano le famiglie per "gî a servi" (andare a servizio) nelle grandi città italiane, da Roma a Venezia, da Napoli a Milano, da Padova a Genova. Come emigranti o come mogli di emigranti, all'estero vicino o lontano, nelle altre regioni d'Italia o, semplicemente, si fa per dire, accettando in paese, a casa o in filanda per esempio, il lavoro che costringe la partenza dell'uomo di famiglia, la fatica della donna, di quella che resta e di quella che parte, contrassegna le grandi trasformazioni e il faticoso progresso sociale ed economico che, soprattutto fino alla prima guerra mondiale, investono il Friuli in tutti i suoi aspetti.

Rosma Poles in Massar, badante di Vigonovo (Trieste 1896)

"... da semplice operaio a milionario e conte ...". Impresari, intellettuali, professionisti, sportivi: i successi dell'emigrazione

Figura emblematica del lavoro friulano, Giacomo Ceconi di Montececon, nato a Pielungo nel 1833, incarna solo una tra le tante esperienze di riuscita sociale ed economica di cui l'emigrazione non è solo intrisa, ma il più delle volte è anche causa. A cavallo tra Ottocento e Novecento sono molti gli imprenditori friulani che assumono all'estero la realizzazione di grandi edifici, di ferrovie, di fognature, di lavori portuali, di canali, di strade. Muratori, tagliapietre, scalpellini o generici manovali raggiungono all'estero, nei Paesi dell'Europa centrale in specie, i cantieri degli impresari o appaltatori di regola loro compaesani. I buoni esiti che i Friulani, i loro figli o nipoti raggiungono in emigrazioni o in società dalle quali sono diventati ormai parte, non si arrestano a settori o ambiti specifici e circoscritti. Syria Poletti per esempio, che da Sacile approda in Argentina tra gli anni Trenta e Quaranta, è oltreoceano tra le più importanti scrittrici di letteratura per l'infanzia, mentre il maestro Antonio Cossettini di Aviano crea intorno al 1870 la "Silvio Pellico", una tra le prime scuole italiane fuori dalla città di Buenos Aires. Le seconde e terze generazioni di Friulani, nati, cresciuti e scolarizzati all'estero si affermano, come docenti, managers e professionisti nei settori più disparati della cultura, dell'economia, della politica, frutto e pegno di una totale integrazione nelle società che avevano accolto genitori, nonni o bisnonni. Le grandi aziende che, nel cognome friulano che le distinguono, documentano un percorso migratorio personale coronato dalla fortuna, sono numerosissime, dall'Europa alle Americhe, dall'Australia al Sud Africa.Traccia di presenza friulana nei cinque continenti. Tracce tanto meritorie quanto quelle dei poveri emigranti di Navarons che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, "mangiano pane e coltello per poter sostenere la propria famiglia" rimasta in paese.

Asilo infantile "Giovanni Giol" di Vigonovo, la cui costruzione fu finanziata dal Giol stesso (1933)

Tra immigrazione e diaspore: un Friuli altro

Negli ultimi anni il volto del Friuli è notevolmente mutato: le partenze sono state scalzate dagli arrivi, gli emigranti dai rientrati e infine dagli immigrati. Da serbatoio di manodopera la nostra terra è diventata area di approdo per genti che, come avevano fatto i nostri, cercano altrove prospettive di vita che il proprio Paese non è in grado di offrire. Per i Friulani le proprie stagioni migratorie sono state confinate nella memoria, il più delle volte individuale, perché sembra che il fenomeno sia stato volutamente rimosso dalla coscienza collettiva. Vicende migratorie che, alla luce dell'attuale benessere, appaiono estranee e distanti, cosi come estraneo e distante appare il Friuli cresciuto al di fuori dai confini. Un Friuli altro che raramente cerca l'omaggio celebrativo, ma invece il dialogo con una terra profondamente diversa da quella della memoria, consapevoli di appartenervi solo affettivamente, perché ormai il loro posto è nelle patrie di adozione. Emigranti, Friulani nel mondo, comunità all'estero e diaspore sono etichette che indicano una sequenza verso una progressiva affermazione, ma denotano al tempo stesso anche un processo di allontanamento dalla patria di origine sempre più forte e marcato. Etichette che a loro, ai protagonisti, talvolta stanno strette, perché più variegata e complessa è la percezione di appartenere ad una entità, ad una unica cultura. Spesso le identità si sovrastano, non cancellandosi, ma creando una specie di amalgama dove le parti sono talmente intrecciate che separarle sarebbe come snaturare il tutto.
La resa dei conti presenta un bilancio indubbiamente positivo non solo perché Friulani e discendenti fanno parte a pieno titolo delle società dove hanno piantato nuove radici, ma anche perché possono contare su più culture, su più lingue, su più orizzonti. Di questa ricchezza hanno fatto tesoro e altrettanto potrebbe fare il Friuli, premesso che con le sue diaspore intenda avviare un rapporto paritario. Anche le numerose culture di cui sono portatori gli immigrati rappresentano per il Friuli una possibilità di crescita, di confronto. Rileggere fallimenti e successi della nostra emigrazione potrebbe aiutare a capire anche questo Friuli altro, diverso dallo stereotipo e che progressivamente diventerà anch'esso pienamente Friuli.


Una strada spilimberghese durante l'incontro dei friulani nel mondo (Spilimbergo - agosto 1998)

Organizzazione: SERVIZIO CULTURA - PROVINCIA DI PORDENONE
Progetto: Omar Cescut DM+B&associati - Pordenone
Testi: a cura di Javier Grossutti
Archivio fotografico: PROVINCIA DI PORDENONE
Stampa: Grafiche Risma s.r.l. - Roveredo in Piano (PN)
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