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L'emigrazione
storica: gli ambulanti della Valcellina e i terrazzieri della Pedemontana
Nel
1565 Jacopo Valvasone di Maniago osserva che le popolazioni carniche
"fanno diversi traffici coi tedeschi e come gente industriosa si
partono dal loro paese in gran numero e vanno a procacciarsi il vitto
in luoghi lontanissimi, di maniera che ormai se ne trovano per tutta
l'Europa e la propria arte è tessere panni di lana, ma più
di lino, nel che sono eccellenti e rari". L'emigrazione "tradizionale"
muove dalla montagna friulana soprattutto verso la Carinzia, la Stiria,
il Salisburghese, la Baviera e l'Istria, anche se altri Paesi del bacino
danubiano, alcune località della pianura veneta, Trieste e Venezia
rappresentano mete frequenti e costanti. Attorno ai primi decenni del
Cinquecento, prima ancora che Jacopo Valvasone redigesse il suo Descrittione
della Cargna nel Friuli, gli ambulanti di Claut, di Erto e di Cimolais
provvedono al proprio vitto vendendo asticciole di legno di abete impregnate
di resina (lum). Un fitto andirivieni che, durante il periodoinvernale,
sposta gli alpigiani verso le pianure, ma che non pregiudica le attività
nei campi, che vengono assunte dalle donne rimaste a casa. Venezia,
la Bassa friulana, il Trevigiano, il Vicentino e successivamente Trieste
e l'Istria saranno le mete migratorie più frequenti a partire
dal Seicento e si intensificheranno nel corso dei secoli seguenti secondo
modalità, tempi e itinerari che variano da paese a paese.
Le prime testimonianze di un'emigrazione di mestiere e non necessariamente
contenuta nell'arco angusto di qualche episodio individuale avviene
nel Friuli occidentale per
merito dei terrazzieri della Pedemontana.
La presenza nella città lagunare si consolida quindi lungo tutto
il Seicento e il Settecento e nei sestieri di Castello e di Dorsoduro,
a Campo e Fondamenta dei Furlani, a Campiello delle Furlane e a Fondamenta
e Corte delle Furlane i Friulani ebbero modo di farsi notare per la
propria lingua e per le proprie usanze.
Bepo
de Stivel, venditore ambulante di Erto (1941)
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Indice
L'emigrazione
storica: gli ambulanti della Valcellina e i terrazzieri della
Pedemontana.
Le
partenze "nella stagione in cui la terra più abbisogna
di braccia": l'emigrazione tra '700 e '800.
Emigranti
di professione. Braccianti, scalpellini, stagionali nelle "Germanie".
"Per
desiderio di maggior fortuna". Pionieri nelle campagne del
Brasile e dell'Argentina.
Un
largo ventaglio di mestieri: professionalità ed emigrazione.
Scuola
e lavoro: la preparazione degli emigranti alla partenza.
Le
partenze verso la Francia, gli Stati Uniti e l'Argentina nel 1°
dopoguerra.
Vecchie e nuove destinazioni: ripartono i bastimenti.
I
rientri europei e latino-americani: chiusura di un ciclo migratorio.
Balie,
domestiche, operaie e vedove bianche: donne emigranti e donne
di emigranti.
"...
da semplice operaio a milionario e conte ...". Impresari,
intellettuali, professionisti, sportivi: i successi dell'emigrazione.
Tra
immigrazione e diaspore: un Friuli altro.
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Le
partenze "nella stagione in cui la terra più abbisogna
di braccia": l'emigrazione
tra '700 e '800
Nel
corso del Settecento il fenomeno migratorio non solo assume proporzioni
più ampie, ma si delinea anche un'emigrazione che soprattutto
nella montagna e nella pedemontana presenta caratteristiche di mestiere
più diversificate da zona a zona: scalpellini, minatori, fabbri,
boscaioli, carpentieri nelle valli dal Livenza al Tagliamento, traversinai
nella Val Tramontina, personale alberghiero e facchini nella pedemontana
occidentale. L'allontanamento lungo tutto il 1700, per alcuni mesi dell'anno
o per qualche stagione, di nuclei familiari dei paesi della Val d'Arzino
e della Val Tramontina, trasferitesi in Carnia per custodire e monticare
le mandrie, è prova di un quadro migratorio segnato da spostamenti
anche all'interno della regione alpina.
La seconda metà del Settecento e la prima metà dell'Ottocento
segnano un periodo di transizione in cui le partenze, diversamente
da quanto avviene in passato, tendono sempre più a concentrarsi
all'inizio
della primavera, "nella stagione in cui la terra più abbisogna
di braccia: emigrazione dannosa - segnala Giovanni Domenico Ciconi nel
1845 - perché non aumenta, anzi scema, le cognizioni agricole
degli emigranti, alletta ilviver girovago, profitta poco dinaro, e rallenta
i cari vincoli della famiglia e della patria". Francesco Pelizzo,
medico chirurgo di Spilimbergo, nelle sue Notizie statistiche della
Provincia del Friuli del 1846, ritiene che in Friuli l'emigrazione temporanea
nasca dalla volontà di migliorare la situazione economica e non
dalla necessità di sottrarsi all'azione degli "elementi
topografici".
Secondo il Pelizzo i Friulani emigrerebbero sempre per scelta.
Libretto
di lavoro appartenente a Giovanni Maria De Paoli di Andreis: prima pagina
(Germania 1907)
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Emigranti
di professione. Braccianti, scalpellini, stagionali nelle "Germanie"
Il
rapido sviluppo delle città, delle strade e delle ferrovie
verificatosi nell'Europa centrale nella seconda metà dell'Ottocento
richiama proprio nella buona stagione tutta la forza lavoro maschile
dell'arco alpino orientale. I meccanismi di attrazione verso i Paesi
a grande sviluppo capitalistico dell'Europa danubiana prevarranno,
quindi, su quelli di espulsione che, fino ad allora, avevano caratterizzato
la montagna friulana e che avevano determinato i ridotti flussi migratori
impliciti nel "genere di vita" delle popolazioni montanare.
I raccolti, spesso scarsi, non sono in grado di sopperire neanche
in parte alle esigenze invernali, ai bisogni divenuti più larghi
e diversificati. L'equilibrio economico quindi è sempre più
instabile, non solo a causa dell'incremento demografico e dell'impoverimento
della montagna, ma anche a causa della pressione fiscale dello Stato
italiano. I proventi dell'emigrazione temporanea, le rimesse, diventano
la base economica della montagna, finanziano sotto forma di imposte
dirette e indirette la costruzione delle "infrastrutture",
ma soprattutto reggono i bilanci domestici delle famiglie rimaste
in paese.
Nella montagna friulana, insieme alle figure di muratori, scalpellini
e tagliapietre specializzati che inseguono i grandi lavori infrastrutturali
perfino nelle steppe della Russia, convivono tuttavia arrotini, stagnini,
cestai, bronzinai, venditori di stoviglie in legno e "trafficanti"
di ogni genere.
Si tratta però di pratiche affidate di regola alle categorie
più deboli delle gerarchie lavorative, come le donne, oppure
a quelle più riluttanti a recepire
in ambito paesano le trasformazioni che progressivamente si affermano
sul mercato del lavoro e che tendono a cancellare le produzioni artigianali,
tutte orientate a soddisfare i bisogni domestici di una economia autarchica
e comunitaria.
Minatori
clautani (Belgio 1961)
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"Per
desiderio di maggior fortuna". Pionieri nelle campagne del Brasile
e dell'Argentina
Il
forte movimento di emigrazione "stagionale" verso l'Europa
centrale e orientale è fiancheggiato da un'emigrazione tendenzialmente
definitiva che aspira di regola al possesso terriero e che, rispetto
alla prima, si presenta in Friuli quantitativamente molto più
contenuta. E' il caso, per esempio, degli ertani e dei cassanesi che
attorno al 1880 si trasferiscono in Slavonia, a Plostina, ma anche dei
villici di Mezzomonte di Polcenigo che negli stessi anni raggiungono
Monte Belo nel Rio verande do Sul. La scelta di emigrare però
non è soltanto la risposta a un evidente e crescente squilibrio
tra risorse locali e popolazioni, ma risponde piuttosto a strategie
economiche meditate e ben ponderate che diversificano le fonti di reddito,
allargano gli spazi di riferimento, costruiscono nicchie di relativo
privilegio nelle città e nei mestieri in cui gli emigranti si
erano conquistati posizioni di forza o di vantaggio. Il "gî
pal mont" rappresenta spesso una prova evidente di voler superare,
con le proprie forze e le proprie braccia, una situazione esistenziale
ritenuta sempre meno tollerabile. Tra le cause più importanti
che, nel triennio 1882 - 1884, concorrono all'emigrazione "propriamente
detta", quasi tutti i sindaci della provincia di Udine (che allora
comprendeva anche l'odierna provincia di Pordenone) indicano infatti
"il desiderio di miglior fortuna".
La seconda metà dell'Ottocento presenta quindi un quadro migratorio
completamente modificato, fortemente condizionato dalla
mondializzazione dell'economia. All'interno di una stessa comunità
i villici friulani definiscono consapevolmente mete migratorie diverse,
prospettano progetti di vita alternativi che sono il risultato del confronto
dialettico tra le diverse possibilità offerte. Una scelta che
è indubbiamente legata alle complesse reti parentali e paesane
che questi riescono a delineare ma anche ai modi di reclutamento e alla
propaganda migratoria che prevalgono all'interno di una comunità.
Celeste
Bertoli di Forca di Castelnuovo del Friuli (primo a destra) assieme
a due compaesani (Rosario - Argentina - inizi '900)
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Un
largo ventaglio di mestieri: professionalità ed emigrazione
Dal
1870 fino allo scoppio della Grande Guerra gli abitanti del Friuli occidentale,
soprattutto quelli della montagna e della pedemontana, percorrono stagionalmente
le strade dell'Europa centrale e orientale soprattutto come norcini,
coltellinai, tagliapietre, scalpellini, terrazzieri, piastrellisti,
mosaicisti, squadratori di traversine, boscaioli, muratori, carpentieri,
fabbri, garzoni, minatori, sterratori e manovali.
Sono impiegati in modo massiccio nella costruzione di edifici, strade,
ferrovie, gallerie, viadotti e ponti.
Le specialità di mestiere che assumono i lavoratori friulani
a partire dalla seconda metà dell'Ottocento dipendono dai gruppi
che vengono a formare e dalle imprese per le quali essi spesso lavorano.
Le principali destinazioni migratorie, europee e transoceaniche, sono
il
risultato di catene di richiamo consolidate, di forti legami tra specifiche
aree di partenza e di arrivo. I cantieri di lavoro all'estero costituiscono
la palestra che permette ai Friulani di imparare un mestiere, di progredire
nella scala gerarchica della professione, in Europa come oltreoceano.
I Friulani affrontano la scelta migratoria con un atteggiamento spesso
imprenditoriale. Intraprendenza e iniziative individuali che si associano
dando vita a imprese che, secondo le stime dell'Ufficio provinciale
del lavoro di Udine, nel 1908 non sono meno di 3.000.
Boscaioli
di Claut (Romania - 1900 ca.)
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Scuola
e lavoro: la preparazione degli emigranti alla partenza
"Dei
terrazzai e mosaicisti del Friuli nessuno, da noi, si è finora
seriamente occupato: nessuna istituzione di cultura tecnica è
sorta in un ambiente così adatto a profittare di una razionale
e moderna istruzione professionale. Non lo Stato non la Provincia, non
altro Ente ha pensato di aprirvi una Scuola". Nei primi anni Venti,
nei paesi della Pedemontana del Friuli occidentale e nelle menti di
uomini sagaci come Lodovico Zanini, autore del lavoro Per i mosaicisti
e terrazzai del Friuli, ma anche come il sindaco di Spilimbergo Ezio
Cantarutti o il cav. Pietro Pellarin, matura l'idea di creare nella
zona una scuola di mosaico.
Una scuola che, di fronte ad un così massiccio esodo di manodopera,
a volte generica, rappresenti una garanzia di preparazione, che sia
in grado di dare ai giovani un tipo di formazione rispondente a esigenze
certe, a mercati di lavoro specifici. La "Scuola di Musaico"
che, pensata per Sequals, nasce a Spilimbergo nel 1922, è sorretta
dalla Società Umanitaria di Milano, che ne concorre alla fondazione
con diecimila lire.
Dal 1921, il Commissariato dell'Emigrazione, da parte sua, organizza
una numerosa serie di corsi per l'istruzione professionale degli emigranti:
per muratori e cementisti a Montereale, Aviano, Tolmezzo, San Daniele,
Sacile, Budoia, San Vito al Tagliamento e Travesio; per terrazzieri
e mosaicisti a Maniago, Meduno, Fanna, Cavasso Nuovo, Travesio e Spilimbergo.
Con
questa iniziativa il Commissariato e i Delegati provinciali dell'emigrazione
miravano non soltanto all'insegnamento delle nozioni teoriche del mestiere,
ma soprattutto a certificare l'idoneità al lavoro del potenziale
emigrante.
Inaugurazione
di uno degli stabili della Fondazione di Carlo Giulian di Arba (1953
ca.)
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Le
partenze verso la Francia, gli Stati Uniti e l'Argentina nel 1°
dopoguerra
Lo
scoppio del primo conflitto mondiale chiude definitivamente le destinazioni
dell'Europa centro-orientale. Il rientro forzato, nel luglio del 1914,
di circa 80.000 stagionali friulani che lavorano nei paesi del bacino
danubiano presenta caratteristiche drammatiche. La fine della guerra
apre con energia i mercati della Francia, dell'Inghilterra, del Belgio,
dell'Olanda, della Svizzera e del Lussemburgo. Oltreoceano, gli Stati
Uniti e New York in specie consolidano il ruolo di destinazione privilegiata
per i Friulani della Val Meduna, di Fanna e di Cavasso Nuovo, mentre
Bridgeville, vicino Pittsburgh, è il piccolo feudo di Frisanco
e Poffabro. L'Australia, e Sydney in particolare, accolgono invece i
molti Friulani originari di Toppo.
Per i cordenonesi l'arrivo a Buenos Aires tra gli anni Venti e Trenta
suppone l'incontro con un'altra Cordenons. "In Argentina nessun
paese del Friuli ha tanti emigranti come Cordenons" segnala don
Luigi Ridolfi nel 1949.
Una rete diffusa che fa pensare, ancora, ad una certa complementarietà
o a dei rapporti privilegiati tra aree di partenza e luoghi di arrivo;
un nesso molto solido che allaccia, nel caso, Viaréit, Sclavons,
Romans, Massèlu, la Plassa, Branc, San Jacu, San Zuan, Sarvièl,
Curtìna, la Càl, Villasgraffa con Avellaneda, Sarandî,
Villa Dominico, Wilde, Don Bosco, Quilmes, Bernal, la grande Buenos
Aires. In Francia, le campagne dell'Aquitania, il dipartimento Lot-et-Garonne
in specie, la periferia di Parigi e la Lorena rappresentano mete altrettanto
frequentate. Dopo il 1924 praticamente tutti i Paesi che accolgono Italiani
e Friulani decidono di regolamentare le entrate.
Il fascismo accetta questa politica inquadrandola come scelta autonoma,
ma dopo il 1927 il governo adotta notevoli restrizioni al rilascio di
passaporti per emigranti lavoratori. L'emigrazione permanente veniva
considerata non gradita; quella temporanea doveva essere sottoposta
a determinati limiti e condizioni. I Friulani si riversano quindi verso
le città della Lombardia e del Piemonte, soprattutto come muratori.
I trasferimenti, tra il 1931 ed il 1932, verso la Cirenaica e, qualche
anno più tardi, verso l'Africa Orientale Italiana raggiungono
cifre relativamente contenute, mentre le partenze verso le terre di
bonifica dell'Agro Pontino, di Carbonia, di
Mussolinia di Sardegna (oggi Arborea) e del Maccarese sembrano interessare
più la pianura che non la pedemontana o la montagna del Friuli
occidentale.
Lavoratori
cordenonesi del delta del Tigre (Buenos Aires - Argentina 1943)
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Vecchie
e nuove destinazioni: ripartono i bastimenti.
Le
prospettive del Friuli alla fine della seconda guerra mondiale sono
per alcuni aspetti simili a quelle del novembre 1918. La necessità
di emigrare trova gli stessi sbocchi e in breve gli stessi ostacoli.
Nei primi anni qualsiasi meta sembra accettabile e flussi consistenti
prendono la via della Francia e del Belgio, degli Stati Uniti, dell'Argentina,
del Canada, dell'Australia e del Sud Africa. L'unica novità è
rappresentata dalla corsa al Venezuela: nel Friuli occidentale interessa
soprattutto la Val d'Arzino, la Val Meduna, la Val Cosa e paesi come
Spilimbergo, San Ciorgio della Richinvelda, Valvasone e Arzene. Nel
secondo dopoguerra quindi la mappa delle destinazioni e dei mestieri
non sembra subire maggiori variazioni. Spesso i compaesani che nel Ventennio
si trasferiscono in Paesi come la Francia, il Belgio, gli Stati Uniti
o l'Argentina agiscono come punto di riferimento per quelli che emigrano
dopo il 1945. Il 20 giugno 1946 il Governo italiano firma con l'omologo
belga il primo accordo bilaterale di emigrazione stipulato dall'Italia
dopo la seconda guerra mondiale. Le autorità italiane si impegnano
a inviare nelle miniere belghe 50 mila lavoratori, possibilmente al
ritmo di 2.000 per settimana. Il Governo belga, da parte sua, avrebbe
venduto all'Italia fino a 200 chilogrammi di carbone al giorno per emigrato.
Nel Friuli occidentale i minatori appartengono soprattutto alla Valcellina,
a Barcis, a Montereale Valcellina, a Zoppola, a San Martino di Campagna.
Le condizioni del lavoro sono pesantissime, la qualità degli
alloggi spesso scadenti:
i minatori abitano nelle baracche di lamiera precedentemente occupate
dai prigionieri di guerra. Molti sono i Friulani colpiti da silicosi:
l'inalazione della pussiera (polvere di carbone e di roccia) impregna
i bronchi dei minatori compromettendo progressivamente le funzioni respiratorie.
Tra gli anni '50 e '60 i vantaggi economici del lavoro stagionale in
Svizzera e, in minor misura, in Germania attirano un alto numero di
lavoratori friulani e italiani: Vanno di regola a svolgere le mansioni
rifiutate dai salariati indigeni, occupano quindi le nicchie che la
mobilità sociale ascendente delle classi operaie locali lasciano
libere. Svizzera e Germania cercano di bloccare
la crescita sociale e occupazionale dell'emigrato adottando forti restrizioni
sui permessi di lavoro, sul trasferimento della famiglia rimasta in
patria, sui periodi di permanenza. L'emigrante quindi trasferisce progressivamente
le proprie aspettative di mobilità sociale dal paese di emigrazione
al paese di provenienza, dove fa confluire le rimesse che spesso vengono
utilizzate per l'acquisto di campi o per la costruzione della propria
casa.
Silvano
Pignat, minatore di Vigonovo (Belgio - anni '50)
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I
rientri europei e latino-americani: chiusura di un ciclo migratorio
Nel
Friuli occidentale, tra gli anni Sessanta e Settanta, l'affermarsi dell'industria
meccanica legata alla città di Pordenone frena i passaggi stagionali
verso i Paesi europei: la pedemontana funziona ora come bacino di manodopera
della concentrazione industriale pordenonese.
La lenta costruzione di un mercato regionale del lavoro, che permette
di ottenere una certa mobilità sociale senza dover emigrare,
conduce alla fine dell'emigrazione forzata, dell'emigrazione "a
tempo e scopo determinato". Il terremoto del 1976 non modifica
l'andamento dei rientri, ma consente invece un reinserimento più
facile per le professioni edili.
Negli ultimi tre decenni, i lavoratori che si recano temporaneamente
all'estero al seguito delle imprese italiane hanno soppiantato i classici
esodi migratori. L'emigrazione "cantieristica" o "tecnologica"
che muove dai paesi del Friuli occidentale ha come destinazioni principali
l'Africa, l'America Latina, l'Estremo Oriente, i Paesi arabi. Livello
tecnico e retributivo, esiguità dei flussi e garanzie sociali
non consentono il paragone con le esperienze precedenti. Lavoro italiano
all'estero al quale i Friulani danno un contributo rilevante, non solo
come operai, maestranze o professionisti, ma anche come titolari o dirigenti
di industrie affermate.
I ritorni da alcuni paesi europei e latino-americani, soprattutto dalla
Svizzera, dal Venezuela, dal Brasile e dall'Argentina sono storia recentissima.
Dalla Confederazione si rientra per trascorrere gli anni della pensione
in patria, dai Paesi dell'America Latina la partenza è soprattutto
legata a congiunture economico-sociali sfavorevoli. Per chi arriva dopo
decenni di lavoro all'estero il rientro può spesso comportare
una nuova emigrazione. Per i giovani latino-americani il Friuli incontrato
non sempre coincide con la terra che genitori e nonni hanno idealizzato.
Celebrazione
della "Festa dell'emigrante", la prima del genere in Italia
(Cavasso Nuovo - anni '50)
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Balie,
domestiche, operaie e vedove bianche: donne emigranti e donne di emigranti
"La
condizione della donna è poco lieta in tutti i comuni del distretto,
ma, stante le improbe fatiche che deve sopportare, è veramente
miserabile nei comuni montani di Frisanco, Andreis, Barcis, Claut, Cimolais
ed Erto, ove è costretta a fare le veci delle bestie da soma,
e compiere viaggi di molti chilometri portando sulle spalle carichi
di 60 chilogrammi", osserva nel 1874 1'avvocato Fovel. Le donne
della pedemontana e soprattutto quelle della montagna, venditrici ambulanti,
balie o braccianti, non dovranno però attendere la fine dell'Ottocento
e i primi anni del Novecento per concorrere col lavoro fuori casa al
miglioramento di bilanci domestici, se non miserabili, talvolta precari.
A cavallo tra XVIII e XIX secolo per esempio le tesane si recano spesso
al Pio Luogo di Venezia per prendere i bambini abbandonati da allattare,
ricevendo in cambio un compenso. Un mestiere, quello delle balie che,
nel Friuli, diventa tuttavia sempre più rifugio per molte puerpere
non solo della montagna ma anche della pianura. La notevole partecipazione
delle donne all'emigrazione nei primi anni del Novecento non incrina,
tuttavia, il ruolo centrale che, progressivamente, esse guadagnano nella
gestione dell'organizzazione domestica e dell'economia familiare a causa
e in virtù dell'emigrazione temporanea maschile. Nell'emigrazione
transoceanica il ruolo della donna assume valenza importante non solo
una volta approdati all'estero, ma anche nel momento della non facile
scelta della partenza verso le campagne argentine e brasiliane. Nel
primo quindicennio del Novecento, ma soprattutto tra gli anni Venti
e Trenta, assume particolare importanza il flusso di donne che lasciano
le famiglie per "gî a servi" (andare
a servizio) nelle grandi città italiane, da Roma a Venezia, da
Napoli a Milano, da Padova a Genova. Come emigranti o come mogli di
emigranti, all'estero vicino o lontano, nelle altre regioni d'Italia
o, semplicemente, si fa per dire, accettando in paese, a casa o in filanda
per esempio, il lavoro che costringe la partenza dell'uomo di famiglia,
la fatica della donna, di quella che resta e di quella che parte, contrassegna
le grandi trasformazioni e il faticoso progresso sociale ed economico
che, soprattutto fino alla prima guerra mondiale, investono il Friuli
in tutti i suoi aspetti.
Rosma
Poles in Massar, badante di Vigonovo (Trieste 1896)
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"...
da semplice operaio a milionario e conte ...". Impresari, intellettuali,
professionisti, sportivi: i successi dell'emigrazione
Figura
emblematica del lavoro friulano, Giacomo Ceconi di Montececon, nato
a Pielungo nel 1833, incarna solo una tra le tante esperienze di riuscita
sociale ed economica di cui l'emigrazione non è solo intrisa,
ma il più delle volte è anche causa. A cavallo tra Ottocento
e Novecento sono molti gli imprenditori friulani che assumono all'estero
la realizzazione di grandi edifici, di ferrovie, di fognature, di lavori
portuali, di canali, di strade. Muratori, tagliapietre, scalpellini
o generici manovali raggiungono all'estero, nei Paesi dell'Europa centrale
in specie, i cantieri degli impresari o appaltatori di regola loro compaesani.
I buoni esiti che i Friulani, i loro figli o nipoti raggiungono in emigrazioni
o in società dalle quali sono diventati ormai parte, non si arrestano
a settori o ambiti specifici e circoscritti. Syria Poletti per esempio,
che da Sacile approda in Argentina tra gli anni Trenta e Quaranta, è
oltreoceano tra le più importanti scrittrici di letteratura per
l'infanzia, mentre il maestro Antonio Cossettini di Aviano crea intorno
al 1870 la "Silvio Pellico", una tra le prime scuole italiane
fuori dalla città di Buenos Aires. Le seconde e terze generazioni
di Friulani, nati, cresciuti e scolarizzati all'estero si affermano,
come docenti, managers e professionisti nei settori più disparati
della cultura, dell'economia, della politica, frutto e pegno di una
totale integrazione nelle società che avevano accolto genitori,
nonni o bisnonni. Le grandi aziende che, nel cognome friulano che le
distinguono, documentano un percorso migratorio personale coronato dalla
fortuna, sono numerosissime, dall'Europa alle Americhe, dall'Australia
al Sud Africa.Traccia di presenza friulana nei
cinque continenti. Tracce tanto meritorie quanto quelle dei poveri emigranti
di Navarons che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, "mangiano
pane e coltello per poter sostenere la propria famiglia" rimasta
in paese.
Asilo
infantile "Giovanni Giol" di Vigonovo, la cui costruzione
fu finanziata dal Giol stesso (1933)
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Tra
immigrazione e diaspore: un Friuli altro
Negli
ultimi anni il volto del Friuli è notevolmente mutato: le partenze
sono state scalzate dagli arrivi, gli emigranti dai rientrati e infine
dagli immigrati. Da serbatoio di manodopera la nostra terra è
diventata area di approdo per genti che, come avevano fatto i nostri,
cercano altrove prospettive di vita che il proprio Paese non è
in grado di offrire. Per i Friulani le proprie stagioni migratorie sono
state confinate nella memoria, il più delle volte individuale,
perché sembra che il fenomeno sia stato volutamente rimosso dalla
coscienza collettiva. Vicende migratorie che, alla luce dell'attuale
benessere, appaiono estranee e distanti, cosi come estraneo e distante
appare il Friuli cresciuto al di fuori dai confini. Un Friuli altro
che raramente cerca l'omaggio celebrativo, ma invece il dialogo con
una terra profondamente diversa da quella della memoria, consapevoli
di appartenervi solo affettivamente, perché ormai il loro posto
è nelle patrie di adozione. Emigranti, Friulani nel mondo, comunità
all'estero e diaspore sono etichette che indicano una sequenza verso
una progressiva affermazione, ma denotano al tempo stesso anche un processo
di allontanamento dalla patria di origine sempre più forte e
marcato. Etichette che a loro, ai protagonisti, talvolta stanno strette,
perché più variegata e complessa è la percezione
di appartenere ad una entità, ad una unica cultura. Spesso le
identità si sovrastano, non cancellandosi, ma creando una specie
di amalgama dove le parti sono talmente intrecciate che separarle sarebbe
come snaturare il tutto.
La resa dei conti presenta un bilancio indubbiamente positivo non solo
perché Friulani e discendenti fanno parte a pieno titolo delle
società dove hanno piantato nuove radici, ma anche perché
possono contare su più
culture, su più lingue, su più orizzonti. Di questa ricchezza
hanno fatto tesoro e altrettanto potrebbe fare il Friuli, premesso che
con le sue diaspore intenda avviare un rapporto paritario. Anche le
numerose culture di cui sono portatori gli immigrati rappresentano per
il Friuli una possibilità di crescita, di confronto. Rileggere
fallimenti e successi della nostra emigrazione potrebbe aiutare a capire
anche questo Friuli altro, diverso dallo stereotipo e che progressivamente
diventerà anch'esso pienamente Friuli.
Una strada
spilimberghese durante l'incontro dei friulani nel mondo (Spilimbergo
- agosto 1998)
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Organizzazione:
SERVIZIO CULTURA - PROVINCIA DI PORDENONE
Progetto: Omar Cescut DM+B&associati - Pordenone
Testi: a cura di Javier Grossutti
Archivio fotografico: PROVINCIA DI PORDENONE
Stampa: Grafiche Risma s.r.l. - Roveredo in Piano (PN)
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